Infanzia senile o la morale del giocattolo
Devo a Francesco Balsamo la scoperta di un magnifico libro, pubblicato in Italia da Einaudi col titolo Le botteghe color cannella, che raccoglie tutti i racconti, i saggi e i disegni dello scrittore, pittore e disegnatore polacco Bruno Schulz, ucciso nel 1942 da un ufficiale della Gestapo nel ghetto di Drohobycz. Balsamo mi stava mostrando le sue opere più recenti: un nuovo ciclo di disegni eseguiti a tecnica mista (matite colorate, nero di china, pastelli) nei quali il tema del giocattolo d’epoca — la casa di bambola, il trenino — appare coniugato con quello “barocco” della ghirlanda di fiori, quando ad un certo punto si è fatto serio e quasi riflettendo fra sé e sé ha osservato che Schulz aveva ragione, bisogna “maturare” verso l’infanzia.
Schulz si riallacciava ad un tema centrale nel dibattito artistico del suo tempo, schierandosi a favore di quanti, a partire da Gauguin, avevano sostenuto la necessità di risalire indietro nel tempo, fino allo stadio infantile e del primitivo, per poter ritrovare le fonti pure dell’ispirazione corrotta dalla civiltà. Ma quel termine “maturare” — pronunciato da Balsamo, che subito lo spiegava ricorrendo all’ossimoro “infanzia senile” — acquistava una sfumatura più riflessiva, come se vi fosse implicita la necessità di una ricerca lunga e paziente, di un impegno costante à rebours, nel quale mi sembra che alla fine si rispecchi anche il senso stesso del suo operare.
Nei suoi lavori più recenti Balsamo ha racchiuso entro ghirlande floreali, come quelle che un tempo incorniciavano le immagini sacre, alludendo con la loro effimera bellezza alla caducità dell’esistenza umana, oggetti per lo più legati al mondo dell’infanzia. Sono giocattoli, ma con una storia propria, che li rende inattuali. A Catania, infatti, città nella quale Balsamo è nato nel 1969 e dove tuttora vive e lavora, l’artista ama frequentare il Museo del Giocattolo; inoltre colleziona cataloghi di giocattoli, soprattutto di epoca vittoriana. A volte anche nello stile si richiama alle illustrazioni dei libri per l’infanzia inglesi dell’Ottocento, accentuando così il carattere “fiabesco” e remoto delle sue invenzioni. L’aspetto caduco delle ghirlande di fiori viene quindi ad incontrarsi con quello solido e duraturo della casa o del treno, ma in realtà il contrasto è più apparente che reale, perché la casa è una casa di bambola, la locomotiva un trenino giocattolo. Tuttavia il giocattolo, pur con la sua fragilità, sfida il tempo e diviene memoria, reliquia, reperto saturo del vissuto di tante esistenze. E il cerchio si chiude.
Leggendo i racconti visionari di Schulz, affini per sensibilità a quelli di Kafka, vi si ritrovano echi e corrispondenze profonde con l’opera di Balsamo, sia per quell’atmosfera carica di mistero e di attesa allarmata che li pervade, sia per quel senso di incombente, lento ed inesorabile disfacimento che sovrasta ogni cosa e dal quale traggono origine le più svariate metamorfosi. Valga come esempio un brano dal racconto intitolato Trattato dei manichini, nel quale pare quasi di rivedere la flora rigogliosa ed effimera che prolifera nelle stanze di Balsamo, flora che nelle attuali ghirlande risulta affrancata dal tema dell’interno domestico, a lungo predominante nella sua produzione.

Da tutte le fessure del pavimento, da tutte le cornici e le nicchie spuntavano esili germogli e riempivano l’aria grigia di un merletto scintillante di fogliame filigranato, di una folta massa traforata, quasi fosse una serra piena di sussurri, di luccichii, di ondeggiamenti, una sorta di falsa e soave primavera. Intorno al letto, sotto il lampadario, lungo gli armadi, fluttuavano ciuffi d’alberi delicati che sbocciavano in alto in corolle luminose, in fontane di fogliame trinato e si spingevano fin verso il cielo dipinto del soffitto con i loro spruzzi di clorofilla. In un processo affrettato di fioritura germogliavano in quel fogliame immensi fiori bianchi e rosa, sbocciavano a vista d’occhio, si gonfiavano al centro in una polpa rosata, si spampanavano e subito ricadevano, perdevano i petali, appassendo rapidamente.

Balsamo ha in comune con Schulz anche il fatto di esercitare da sempre, oltre al disegno, la scrittura. Tuttavia in lui queste due forme espressive appaiono opposte come il Giorno e la Notte. La scrittura è la parte in luce, il disegno quella in ombra. Nelle sue poesie infatti si manifesta una realtà solare, lirica, talvolta appena venata di malinconia, mentre nel disegno vediamo affiorare dal profondo il “lato oscuro”, in un processo che ricorda la magia dell’immagine che gradualmente si materializza sulla carta fotografica impressionata. Ricordi ancestrali, fantasmi, paure e desideri trovano così espressione nei suoi disegni, non solo in quelli monocromi eseguiti a grafite, ma anche in quelli a tecnica mista, nei quali fin dalle scelte cromatiche — un prevalere dei toni scuri, dai bruni ai neri — si rivela il carattere umbratile dei soggetti, spesso interni domestici, in apparenza tranquilli e silenziosi, ma di fatto “abitati” da presenze misteriose, creature fantastiche, esseri solo in parte riconducibili al mondo tradizionale della flora e della fauna, e dove perfino gli oggetti sembrano possedere un’anima.

 

Flavia Matitti

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