Il titolo assai pertinente che Balsamo, da poeta, ha tratto da Brodskij e ha dato a questa mostra, nonché tutto l’impianto iconografico che appare al primo sguardo, parrebbero segnare una notevole distanza dalla contemporaneità. Affetto, memoria, conclamata inclinazione a vecchi dagherrotipi. Dove sono finiti, ci si chiederebbe, se non le installazioni o i video, le stesse avanguardie storiche e il loro lungo retaggio novecentesco? Ma è sufficiente passare a uno sguardo ulteriore. Intanto, proprio il gioco della memoria o l’incongruità di soggetti che dopo la prima impressione si rivelano non poco manipolati, sono tutt’altro che rétro. Resterebbe quel titillare realtà sociali trascorse da mezzo o da tutto un secolo, consacrate nelle vecchie fotografie da cui l’artista prende lo spunto per il suo mondo fantastico, – che però non è affatto evasivo. Anzi.
Intanto, mentre molti pittori legittimamente e forse inevitabilmente si appropriano o, nei fatti del loro lavoro, ben conoscono la lezione di questo o quel maestro, Balsamo prende le mosse dalla fotografia – legata alla quotidianità senza la mediazione di altra visione poetica. Il dagherrotipo avvia fortemente a quella sfera della memoria che qui è componente primaria: memoria come luogo del sogno perduto, del rimpianto, di una nostalgia che muta la stessa gioia in malinconia. C’è poi, decisiva, la suddetta manipolazione, che confonde, sommerge e sgambetta quanto la foto inizialmente suggeriva: creando un mondo i cui intrecci complessi e diramati smentiscono le premesse. La mano dell’artista compie prodigi. Dopo aver raschiato e distrutto, sulle medesime basi ricostruisce analiticamente – ma a suo modo. Prendiamo una qualsiasi di queste immagini intriganti. In “Conversazioni o costellazioni” quello che era un interno borghese, devastato da lacerazioni e oscuramenti è trasformato in una sorta di tregenda, la quiete in tempesta, i sorrisi quasi in ghigni. La donna a destra contempla la scena in un atteggiamento distaccato e assorto che ricorda Gustave Moreau. Si direbbe persino pensata da Moreau. La casa-museo parigina del maestro, in rue La Rochefoucauld, è pervasa da un’assai conturbante aura mitica e mistica, ma anche dalla sorprendente dinamicità e varietà di un pittore che, di appena sei anni più vecchio di Manet, di sette più giovane di Courbet, per troppo tempo è rimasto semi-celato nella parte in ombra della modernità. La figura di Balsamo che lo richiama allude indirettamente anche agli sconvolgimenti non solo formali che animano la visione del francese. Abrasa, larvale come tanti personaggi di quel maestro, essa posa lo sguardo vuoto e insieme severo su un’indecifrabile scena di irreale, “astrale” conversazione. L’estraniamento che nel Balsamo di qualche anno fa veniva da attori incoerenti – rane, rettili, struzzi in luogo dei normali abitanti di interni tradizionali – deriva ora dall’incomprensibile eppure avvincente pantomima di presenze, ciascuna delle quali pure avrebbe in sé i requisiti della quotidianità.
Si diceva malinconia, ma il mondo del giovane artista è ben più complesso. In “L’ospite”, alla precedente citazione di Moreau può sostituirsi quella del suo amico Degas. Le figure collocate alle due estremità del disegno sono parenti di altrettante figure del giovane Degas, i Bellelli, i Morbilli. Ma c’è il personaggio centrale, il cervo, che fa da collegamento al citato Balsamo degli anni scorsi. Lo strano ospite sottolinea una larvata eco magrittiana che, discreta, accompagna tutto il lavoro di Balsamo. Discreta appunto, poi che qui, nello straniamento, all’ironia, alla sottigliezza tagliente dell’intelligenza subentrano la malia e l’afflato misterioso che avvolge scena e riguardante.
La dimensione narrativa resta protagonista, ma è narrazione complessa talora al limite del criptico, nella quale il punto di avvio (muovendo quasi sempre da variazioni sul ritratto di famiglia, nella scia delle ricordate vecchie foto) mantiene, sì, il retaggio di una mozione di affetti anche se priva, anzi opposta al sentimentalismo, ma viene complicato dall’intreccio di una surrealtà che sfiora a volte il concettuale, sempre tuttavia – ed è grande talento di Balsamo – intrisa di umorosi sensi umani. Questi ultimi si accentuano in fogli come il “Gruppo in campagna” o il “Matrimonio”, dove ancora incongrui pennuti mescolano le carte del riguardante, – non invece quelle dei comprimari, per i quali essi sono presenze passivamente accettate o ignorate del tutto. Il tema come si diceva è ampiamente variato con implicazioni vieppiù complesse. In un altro “Gruppo di famiglia”, che una nebulosa ha inghiottito per metà, un grosso pesce invade il primo piano poggiando con invadente disinvoltura sulle ginocchia di una madre impettita, severa; ma la stranezza esibita e contrabbandata non è qui: quella madre ignora il bizzarro ingombro ma altrettanto ignora l’impalcatura di corna di cervo che, singolare diadema, orna il capo della figlia. Più ancora che in “L’ospite” già citato, qui l’autore include, sia pure rimuovendolo, l’inevitabile retaggio delle “corna”, che fuori dal senso comune come da quello metaforico imbrogliano le carte di una realtà di cui accrescono trame sotterranee.
Non sai se l’autore ama o odia i suoi personaggi, se ne prova pena o nostalgia. Forse niente di questo; anche della “Piccola comparsa miope” egli prende meramente atto, offrendola semmai alla comprensione (compassione?) dello spettatore. Ma non è dubbio che la “Famiglia atlantica” abbia suscitato in lui che la disegnava, e di rimbalzo nei suoi lettori, un’indefinibile, dolceamara partecipazione, quel frugare volti, fisionomie, abbigliamenti come di parenti possibili o lontani. Così in “Volo di lettere o lettere di volo”, che il titolo non sa volgere in ironia e nel quale anzi più che altrove si addensa un’emozione coinvolgente fino alla vischiosità.
Balsamo ha bisogno dei suoi personaggi. Li cancella per ritrovarli, li mutila, sembra oltraggiarli, ma il suo resta un canto mesto e quasi un incanto. Valga la “Marina”, dov’è sufficiente la piccola barca a levare un’onda di ricordi mille volte ripercorsi nella memoria, propria o altrui, riuditi o riletti, e qui ritrovati nell’immagine fuggente. Quei personaggi possono essere invasi e abbuiati dalla notte, come in “Bambine costellazioni”, o raccogliersi in un “Gruppo di fiori”, o lievitare e sospendersi nel “Gruppo leggero”. Sempre si bilanceranno la sorpresa, il rimpianto, lo sgomento. La tempesta notturna che li investe e li dimezza è incubo cui non giova il puntinio di stelle lontane; assai di più turbano le presenze appena tralucenti nell’oscurità, ignoti fantasmi estranei ai personaggi allineati. È la sottile vena luttuosa che più o meno esplicita appartiene a questo ciclo di Balsamo. I volti riuniti nel fiore sono volti di trapassati, gli steli sono secchi, il rosa che li avvolge è spento. E la folla leggera navigando scompaginata naufraga in un azzurro denso che la memoria non dipana.
Quale posto occuperebbe Balsamo in uno schedario dell’arte di oggi? La stagione degli ismi è tramontata, vige semmai quella, più ancora sospetta, delle scuderie; ma anche da questa Balsamo è fuori. Linguisticamente egli fruisce di (quasi) tutti gli apporti della contemporaneità, ma li piega come si vede a una densità di visione, a una pregnanza di sentimenti (ben venga il termine rischioso) che vincono e convincono. Non tutto nell’arte contemporanea è positivo, anzi. Balsamo qui sembra uscire dai canoni del dipingere tradizionale, forse ne esce; ma il suo mondo è, fortemente, il nostro mondo. Egli ci prende al laccio di apparenti ammiccamenti e ci lascia alla soglia di interrogativi pungenti, non di rado dolcemente, maliosamente angosciosi.

 

Gli insidiosi lacci
Guido Giuffrè

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