Spaventoso e familiare sono due termini che posti in relazione danno vita a un ossimoro. La condizione di disorientamento che deriva dall’incontro con questa figura retorica ha favorito, nel tempo, la ricerca di un concetto ad essa correlato, una sponda che potesse contenere l’incontenibile.
Se non volete aver paura di nulla dovete credere che tutto possa farvi paura, scrive Seneca.
Perturbante, nella sua accezione più recente, traduce in italiano il termine tedesco Unheimliche, adottato da Freud nel noto saggio del 1919. Già in epoca romantica la ricca definizione di Schelling introduceva a questo concetto: perturbante è tutto ciò che dovrebbe restar segreto, nascosto e che invece è affiorato.
La parola, in tedesco, è costruita sull’ambivalenza della radice Heim che significa casa e della particella negativa Un. In breve, si tratta di qualcosa che “assomiglia” al nostro ambiente domestico ma che in realtà cela in sé un che di straniero, sconosciuto, enigmatico. È il segreto violato, chiamato a giocare un gioco sapiente di seduzione, introducendo una sorta di alchimia. Per Henry James essa è in relazione con i misteri che si trovano alle nostre porte.
Un termine sfuggente, che era rimasto nella trama della mia memoria, filo superstite degli anni di studio, scintillante più di altri, per saltar fuori all’improvviso, tre anni fa, quando in una galleria romana incontrai per la prima volta i lavori di Francesco Balsamo.
Per un caso fortunato, mi sono trovata da sola, in completo silenzio, di fronte a una serie d’immagini provenienti da un altrove, un luogo in cui la percezione si declinava in infiniti mondi possibili.
Interni traboccanti di arredi sembravano essere stati osservati attraverso un contafili, dispiegavano glorie del passato e stratificazioni della memoria. Animali, scheletri e fiori, non alludevano semplicemente all’idea di vanità del presente, creavano piuttosto un continuo gioco di rimandi tra sembianza ed essenza. Guardiani di una soglia, di un limen che custodivano e che introduceva in un’altra dimensione, quegli elementi estranei al mondo reale risultavano allo stesso tempo compatibili con esso, in qualche modo verosimili.
Ciò che sollecitava più di ogni altra cosa la mia soggettiva visione era l’ inconsueta capacità del loro autore di essere in contatto con l’immaginario, ben oltre gli aspetti onirici e surreali, tuttavia presenti; come se il fantastico fosse in realtà qualcosa di involontario, un convitato inatteso, una presenza subita, scaturita dalle tenebre e accettata come ineluttabile.
Per associazione, ho pensato alla particolare condizione della convalescenza, quando quella stessa debolezza che ci preclude il ritorno alla vita attiva ci espone, grazie ad una momentanea alterazione, alla visita inaspettata di messaggeri inconsueti, emersi da una istantanea visione febbrile.
Una tartaruga, un canguro, un celacanto, a volte soltanto la coda di un rettile appena accennata, sembravano usurpare lo spazio composto, liturgico, destinato normalmente ad accogliere una sacra conversazione o un ritratto di regnanti.
Non si trattava di creature sconosciute al mondo umano, quali mostri compositi, forme infernali, sinistre o grottesche; piuttosto quel susseguirsi d’immagini sembrava scaturire da una contraddizione, da un’ambivalenza che è insita nella natura stessa della vita e che riesce addirittura ad abolire momentaneamente, per un autentico e inquietante privilegio, la frontiera che la separa dalla morte.
Gli animali hanno costellato il massimo sistema simbolico della coscienza umana, fin dai tempi di Altamira. Scrive James Hillman che essi sono esseri dotati di quella finalità senza scopo che è il principio della bellezza. Ogni volta che irrompono nei nostri sogni, nelle nostre fantasie, nelle nostre creazioni artistiche, vengono a ricordarci la necessità di un’arca, di un rifugio dal cataclisma che avviene quando l’uomo non riesce più a vedere l’invisibile che è insito nel percettibile, un invisibile che oscura le apparenze con la sua “alterità”, non finalizzato ai nostri bisogni e significati.
Gli animali testimoniano inoltre una perdita, richiamano un tempo all’origine dell’umanità che la nostra civiltà ha aggredito e consumato; essi dimorano nella memoria della nostra storia personale. Spesso si tratta di presenze totemiche, alla base dei nostri ricordi d’infanzia. A chi non è capitato almeno una volta, in una sera d’estate, di vedere improvvisamente sul soffitto un’enorme falena, un geco o un pipistrello?
Allo stupore di allora potremmo aggiungere la consapevolezza attuale che essi rappresentano un ammonimento per la psiche. Nell’evocare il ricordo, il guardiano della soglia ribadisce allo stesso tempo quanto tutto questo appartenga di fatto a un mondo perduto, inaccessibile.
L’esplorazione del tempo e della memoria giocano un ruolo fondamentale nel modus operandi di Francesco e nei lavori più recenti questa disposizione si fa ancora più stringente.
Si potrebbe quasi individuare una struttura circolare, fatta di anelli concentrici. Il campo d’osservazione si restringe, restituendo un’immagine ancor più nitida e adamantina. La memoria diventa uno strumento di precisione della conoscenza, l’attesa un lavoro inesausto di scavo che apre una voragine nel torace della Dama innamorata, fa crescere fiori nelle tazzine di una sala da tè, evoca saloni da ballo nel folto di un bosco.
Si assiste, piacevolmente stupefatti, a un rovesciamento della percezione; la vita vera, finalmente scoperta e tratta alla luce, reclama e ottiene una sorta di rivelazione che si fa speranza e promessa di felicità.
Ritrovare il tempo non è impossibile, a patto che il mondo ricreato sia un mondo letterario, mistico, costruito sull’assoluta fede nel valore dell’interiorità.
L’Artista è il depositario di questo primato dello spirito sulla materia che si attua elaborando cicli tematici, punti focali attorno ai quali si sviluppa e prende forma l’ideazione. I disegni eseguiti a carboncino amplificano ed espandono la poetica dei lavori eseguiti con tecnica mista, ne costituiscono una sorta di diario interiore.
Si tratta di un continuo interrogare, a cui far seguire risposte plausibili, confondendo, come nel Rinascimento, Memoria e Immaginazione.
Senza Mnemosyne, pur ammettendo che non si dimentichi la propria casa, i genitori e il nome che ci hanno dato, è il mito in cui viviamo che si dissolve. La Memoria è all’origine di qualsiasi cultura, ma non bastano a svolgere le sue funzioni i musei, gli archivi e le biblioteche; Memoria è la voce ascoltata, il racconto tramandato, l’esercizio minuto dei sensi. L’artista lavora con Mnemosyne e le sue figlie, le Muse, e ha bisogno di un avvenimento, di un’emozione, di un racconto, perché il ricordo affiori:

Potrei
incidere il bianco
del piatto
scavare una buca
dietro il sofà
attraversare
il lutto del corridoio.


Come ebbi modo di sapere più tardi, Balsamo è autore di versi.
E la parola, non meno dell’immagine, schiude una porta, introduce in un luogo di cui è inconsapevole guida. Fa intravedere mondi possibili, o universi che mai ci apparterranno. Il ritmo fluido e malinconico dei versi costruisce con leggerezza una dimora in cui le visioni sono accolte.
In una nostra conversazione, Francesco mi parlò della casa come “una di quelle cose da cui non possiamo prescindere”. Essere a casa, tornare a casa, sono parole che evocano un’emozione che rimanda ai bisogni dell’infanzia; indicano un abbandono. E’ come se la casa concreta, con le sue pareti e il suo tetto, si trasferisse in un fantastico, ideale libro di illustrazioni con pareti e tetto di carta, dove è la nostra vulnerabilità a poter essere accolta, è la frammentazione della nostra psiche che può trovare dimora. Sono gli oggetti stessi, i mobili che la animano, a trasformarsi in alfabeto e grammatica di questa costruzione.
La dirompente essenzialità di Monumento alla vita letteraria (o sedentaria) mi persuade nell’interpretazione. Le sedie accatastate, in precario equilibrio su un piedistallo improvvisato, producono una sorta di aforisma, non sono soltanto una dichiarazione d’intenti – e di passioni – dell’autore. Un aforisma ha il potere di far luce di colpo su cose fino a quel momento avvolte nelle tenebre di un pensiero razionale fin troppo limitato. Anche in questo caso, si ha una sorta d’illuminazione, una limpida visione fino a quel momento nascosta ai nostri occhi; si scopre un nuovo modo di guardare, attraverso le lenti di qualcun altro.
Personalmente, sono sempre stata convinta che l’incontro con un’immagine, o con un testo, sia in grado di cambiare la nostra vita. È l’incontro con un’apparizione improvvisa, come quello che avviene a una svolta di strada. Amico, persona amata o nemico mortale che sia. Non è dato sapere in che modo il corso della nostra esistenza sarà influenzato da questa necessaria casualità.
Visitare le “stanze” del presente, inconsueto, percorso, è un modo per scegliere tra ciò che è essenziale e ciò che non lo è. Memoria e tempo assumeranno un diverso significato, lontano dal rigido principio di causalità.

 

Gabriella Pace

©2014 Francesco Balsamo official site - email:info@francescobalsamo.it