Emigranti nel tempo
 
Capita talvolta che un nodo ti prende alla gola. Non sai perché ma è come guardare  te stessa con un occhio esterno e ti percepisci infinitesimale di fronte all’eternità che sta alle tue spalle e quella che è davanti a te. É una sensazione di sgomento ma anche di pace, perché puoi sentirti sì sola ma anche parte di un tutto, di una storia antica, di una natura che si ricrea e si trasforma incessantemente. A questi attimi dà sostanza il lavoro di Balsamo. A questo soffio che talvolta ci investe ho pensato quando, per la prima volta, ho visto i suoi lavori nella piccola casa dove vive alle pendici dell’Etna, protetta da piante e piena di libri, oggetti e centinaia di fotografie raccolte nei mercatini e in giro per il mondo. E questo soffio, mi pare, essere il nucleo del lavoro di Balsamo, forse la sua ossessione: questo soffio è il tempo, o meglio la forma del tempo, la sua profondità, la sua densità, la sua estensione, il suo contenuto e il rapporto tra queste dimensioni. Il tema è filosofico e complesso, ma davanti alle opere di Balsamo sembra di poterne acchiappare il senso per intuito. La visione dominante del tempo oggi è quella che ci proviene dall’’800, un tempo che fluisce unilineare e uniforme. Non sempre è stato così. John Berger ricorda che: all’epoca – prima del XIX° secolo – il tempo passava e continuava a passare e lo faceva girando su se stesso come una ruota. Perchè la ruota giri, però, bisogna che ci sia una superficie simile al terreno che le opponga resistenza e le offra un attrito… tutte le visioni cicliche del tempo tenevano insieme queste due componenti: la ruota che gira e il terreno sul quale gira. Quindi è straordinaria l’idea di Balsamo di concepire il Dittico delle eliche, due ruote dipinte – una bianca e una nera – formate da spicchi a raggiera che si dipartono da un centro. Nella pittura affondano tanti piccolissimi cerchi ricavati dalle vecchie fotografie: mesi di meticoloso lavoro per mettere insieme frammenti di volti e di corpi, sorrisi, sguardi, oggetti che si dispongono all’interno delle due grandi ruote. Sono, così, possibili due letture: uno sguardo a distanza trasmette il senso di uno strato comune, eterno ma anche denso e concreto nel quale luccicano le piccole e infinite presenze; un guardare ravvicinato, che richiede tempo e attenzione, consente la percezione di singole individualità, di singole storie, una gamma infinita di storie passate e di storie possibili, anche nella loro ripetizione.
Siamo tutti emigranti nel tempo, come i piccoli coriandoli di Balsamo, e abbiamo bisogno del passato  per andare verso un futuro ignoto, così come i nostri emigranti, per affrontare la nuova vita in una terra sconosciuta, davano alle nuove città il nome di quella vecchie.
Ci sono poi alcuni piccoli oggetti in  questa mostra, inseriti nelle opere o posti accanto ad esse. Per esempio nell’opera Sostare come un rocchetto. Il rocchetto, data anche la presenza di una sagoma maschile sul fondo, può far pensare a un breve racconto di Kafka, Odradeck, che nel racconto è un oggetto-personaggio è una presenza domestica angosciosa che si muove per casa, un rocchetto informe rivestito di fili. Qui il rocchetto è  oggetto della memoria, personale o letteraria poco importa; il filo attorcigliato si protende e congiunge il rocchetto al quadro richiamando l’idea del cucire, del mettere insieme, del sanare le ferite.
La memoria non è soltanto un fatto interiore, ma sta negli oggetti che possono tornare improvvisamente portando con sé pezzi del nostro passato, talvolta con una nitidezza estrema, come se avessero il potere di conservare noi stessi così com’eravamo. Oggetti e ancora di più odori, colori, luci, paesaggi. Strafamose le madelaines di Proust. Ma c’è anche un passo in cui Proust descrive una passeggiata in carrozza. Al passaggio si vede un paesaggio con alberi e i loro rami si protendono come se volessero afferrarci e dirci: - se non ci terrai con te, se non ci ricorderai, se non risolverai il nostro enigma, una parte di te stesso ci sfuggirà. E nel Betulleto, una delle carte di Balsamo, i rami di un bosco accolgono i piccoli coriandoli in un dialogo che ha il sapore dell’eternità.
Balsamo non ha molti compagni di strada, né si può facilmente incasellare in un gruppo o in una tendenza. É certo, però, come ha scritto Guido Giuffrè nel testo di presentazione all’ultima mostra dell’artista che linguisticamente egli fruisce di (quasi) tutti gli apporti della contemporaneità, ma li piega a una densità di visione, a una pregnanza di sentimenti che vincono e convincono. Mi trovo ad immaginare compagni di strada di Balsamo alcuni artisti che della storia, della memoria e della dimensione psichica hanno fatto materia densa e complessa della loro pittura. L’utilizzo del disegno, i colori terrosi e la forza visionaria – come quella della Piccola sfinge – fanno venire alla mente Odilon Redon, il grande romantico che i surrealisti riconobbero tra i loro precursori. E sicuramente vedo in queste carte la lezione di Anselm Kiefer, forse l’ultimo erede del romanticismo tedesco, che ha impastato la memoria storica del suo Paese in una pittura intrisa di materiale vario, dalla sabbia al piombo, dai girasoli alle fotografie, un lavorio che rimanda allo spessore del tempo e alle figure della cultura mitteleuropea. Francesco Balsamo, che appartiene all’ultima generazione di artisti italiani, non ha certo dovuto fare i conti con la violenza della storia tedesca, ma certo attraverso questa mostra, visionaria e dolce amara, ci fa vedere la fragilissima struttura della vita, su cui mai si cesserà di riflettere.

 

Raffaella De Pasquale

 

20 gennaio 2010 /Exibart.com Manuela Conciauro, Quanto pesano i coriandoli?

8 gennaio 2010 / La Repubblica Paola Nicita, La ricerca del tempo di Balsamo alle "Nuvole"

13 dicembre 2009 / Giornale di Sicilia Emilia Valenza, Balsamo, poeta dell'immagine

5 dicembre 2009 / La Repubblica Il tempo delle figure - Balsamo espone da Nuvole

dicembre 2009-febbraio 2010, n. 61 / arte e critica Francesco Balsamo da Nuvole

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