IL DILEMMA DEL DISEGNO

Il pensatore somiglia molto al disegnatore
che vuol riprodurre nel disegno tutte le connessioni possibili.
LUDWIG WITTGENSTEIN

Osservando i minutissimi disegni di Francesco Balsamo appena appoggiati sui tavoli, alla luce di lampade che creano intimità con chi osserva, si viene a far parte di un mondo raffinato fatto di grammature leggere e significati densi. Storie frammentate e ricomposte, suggestioni poetiche che prendono inizio da immagini cifrate, piccoli rebus ingarbugliati su teatrini orizzontali che suggeriscono una sorta di catalogazione in ordine sparso e incidentale. Non è possibile cercare un significato o una decodificazione, perchè non se ne verrebbe a capo e se c'è una logica – perchè di fatto c'è – non ha nulla di razionale e nemmeno sottintende un procedimento di causa-effetto.

Gli elementi sembrano e sono scollegati, sospesi, anche se talvolta lasciano intravedere dei nessi e in questo consiste il loro fascino enigmatico. L'accumulo diviene crollo, in queste invenzioni che sembrano costellazioni mobili, scacchiere di cose aleatorie che si sommano e ci sfuggono, messe sotto vetrina ed esposte ad una visione privata ma non preferenziale, in ombra come statuine di un museo nella semioscurità di una cripta e numerate ad una ad una. Appaiono spazi bianchi che hanno un loro peso, come se fossero intervalli, pause, piccole punteggiature nel testo e cerchi che ritornano nei pendoli e nei ritagli circolari. Puntine colorate interrompono le figure e la superficie con interventi improvvisi, creando giochi tra pieni e vuoti, sottili equilibrismi. Sulla carta poi, accanto ad animali o persone, Francesco Balsamo inserisce solidi tridimensionali che rimandano al mondo minerale e alla costituzione molecolare dei cristalli, piccoli monoliti che misurano lo spazio dell'immaginazione con geometrie bislacche.

Le opere con interventi neri si mostrano invece come una serie di garbate messinscena. E quel rettangolino che funge a volte da censura o divieto non disturba poiché è un segno di spessore diverso, polisemico, una fessura di raccordo, una frase non leggibile, soglia di ambiguità buia sulla quale ci si trova in bilico, in attesa di un percorso da intraprendere. Tra le opere a muro, bambini, montagne e una folla di persone e di segni, in cui il singolo perde la sdua individualità e protagonisti sono gli anonimi, gli scomparsi, di cui si sa poco o nulla perchè appartengono alla memoria, tratteggiati come elementi modulari, che favoriscono innesti o giochi di accoppiamenti appena percepibili, come se qualcuno - l'artista-demiurgo - si divertisse a rimescolare le carte. Nella costruzione espositiva di Francesco Balsamo il percorso del disegno viene rivelato a poco a poco in tutti i suoi passaggi, dall'abbozzo sui tavoli all'opera finita, appesa. In modo apparentemente lineare. Rimane un interrogativo però, a cui non viene data risposta. La superficie del foglio sembra liscia come sempre. Ma forse non lo è.

FRANCESCA BABONI


DISEGNO, IMPERITURO ARCANO MISTERO

Nel solco del disegno c’è la traccia dell’oscurità. Dall’alba dei tempi questa tecnica ammalia per la modalità misterica dei suoi principi e delle sue innumerevoli esemplificazioni nei secoli della storia dell’uomo. Un rimando alla realtà ne ha fortificato certamente la sovrastruttura ma permane in essa, incessante, un rimando verso la parte più sinistra dell’essere. Verso tale rotta si muove certamente l’opera di Francesco Balsamo. Una polisemia di significati si presenta copiosamente in questi lavori, amplificando quel territorio di riferimento per una più piena comprensione del messaggio che sottintende. Un rimando che non può che proporsi in modo arcano, uno dei viatici più affascinanti per sporgersi sino al pozzo senza fondo della creatività umana. Ogni narrazione pare farsi nebulosa, come inghiottita nella frammentarietà che nutre la maggioranza delle esistenze contemporanee. Ecco quindi che il messaggio proposto da Francesco Balsamo si fa più cifrato, senza scadere però nel banale solipsismo.

C’è sicuramente un rimando allo spazio e alla durata della vita, sovente solo suggerito ma che, comunque, attraversa tutte le composizioni. Tali riferimenti superano la mera contingenza per farsi carico di discorrere su tematiche che giungono dalla notte dei tempi e che non hanno ancora smesso di far sentire il loro riverbero. Sono opere che auspicano un rapporto intimo con lo spettatore, come se solo nella solitudine si potessero comprendere certe chiavi interpretative estetiche dell’essere. Attraverso un’archeologia dell’interiore vengono sondate ed esemplificate quelle manifestazioni dell’oscuro che riempiono di coinvolgimento le esistenze. Elaborazioni che non sono sempre legate tra loro, sovente sono singoli percorsi nella dimensione dell’arcano, eterna fucina di significazioni anche per la nostra distratta e martoriata attualità. Il vero mistero dell’esistere attraversa queste opere, rendendo meno angosciato il nostro permanere in una contingenza che ne ha perso l’attrattiva.

STEFANO TADDEI

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