voce della durataNel 1969 Andrej Tarkovskij completa Andrej Rublëv, film che racconta la vita e l’opera del grande pittore di icone nella Russia del Quattrocento. In una scena, quasi alla fine del film, un ragazzo si cimenta nella fabbricazione di una gigantesca campana, rischiando in caso di insuccesso la pena capitale. La scena, cui assiste lo stesso Rublëv, termina con la prova del suono: lentamente viene mosso il pesante batacchio e, dopo pochi interminabili secondi, si sente il rintocco della campana. A quel suono, il ragazzo cede al pianto e Rublëv decide di sciogliere il proprio voto di silenzio e di fare nuovamente il pittore.
La prima cosa cui ho pensato nello scrivere questa nota per la personale di Francesco Balsamo, Voce della durata, è stata proprio l’attesa del suono della campana nell’Andrej Rublëv: il movimento oscillatorio del batacchio, la sospensione temporale che precede il canto.
La campana è uno strumento musicale singolare: parla e agisce come nessun altro strumento sa fare; sa essere suono prima ancora di produrre suono. Strumento aereo, sorretto dal suo campanile, scandisce il tempo, i cicli di vita di una città.
Le campane, questi docili pachidermi di bronzo, diffondono il loro barrito sopra i tetti delle città, ma, riducendosi in dimensione e potenza sonora, diventano colibrì d’argento dentro l’aula di una assemblea popolare, come dentro le mura domestiche, delicato e angelico sonaglio di una culla o di un albero di Natale.
Il suono delle campane cadenza le vicende degli uomini: con frequenti rintocchi acuti, alla nascita; con suoni gravi e lenti, alla morte. Dà voce agli eventi terreni, interpreta le epifanie del divino.
In Voce della durata Francesco Balsamo sembra servirsi al negativo dell’oggetto-campana: ne chiude perfettamente l’incavo annegandovi il vuoto, che permetterebbe l’espandersi del suono, e il batacchio, che dovrebbe produrlo.
Questo sigillo, come un completamento dell’assenza, trasforma la campana in uno strumento morto: il suo mutismo è suono troncato, lutto, buco nero che annega la voce, afasia, divieto. Un inamovibile tutto-pieno che fonde, come un guscio chiuso o un sasso, l’interno con l’esterno, il vuoto con il pieno. Balsamo sigilla e annerisce centinaia di campane, come si può annerire, indicandone la morte, una figura umana in una foto di gruppo. Campane, foto di gruppo e sfaldamenti della leggibilità dell’immagine sono soggetti molto cari all’autore, ricorrenti nella sua ultima produzione gra ca e pittorica.
Questo tipo di campana non può suonare a morto: é il morto.
Tombe perfettamente sigillate di un cimitero, le campane nere diventano soglie funebri nelle quali la perdita e il trapasso hanno un corpo, e tracciano, appese al muro, una costellazione di pianeti ridotti al silenzio, alla ne dei loro moti armonici.
Ma se questo può definirsi l’aspetto luttuoso della mostra, in modo diverso possiamo leggere gli altri suoi elementi. A cominciare dal titolo, composto da due termini per nulla legati alla morte: la voce – il vivo suono umano attraverso cui l’individuo completa il proprio rapporto con l’esterno; e la durata – il vivo arco temporale che naturalmente descrive ciò che si situa prima della ne, e mai ci parla della ne stessa, né del suo dopo.
Il suono o piuttosto il ricordo del suono di ciascuna di quelle campane, quindi, è comparato alla voce umana. Ecco perché, per incanto dell’arte, al batacchio, invisibile e immobile, si sostituisce la gura umana oscillante, che vince l’immobilità con un perfetto, assoluto moto perpetuo. Un processo replicabile all’in nito, proprio come la morte, ma con una straordinaria varietà di forme, ritmi e durate che la morte non conosce: il tempo di quest’ultima è potente in identità e quantità, laddove il tempo della vita, seppur più breve, vince in diversità e qualità.
In penombra, quasi come dentro la pancia vuota di una campana, ci siamo incontrati più volte negli spazi del BOCS, per riprendere in video persone aggrappate ad un cavo, oscillanti in un movimento che moltissimo assomiglia al moto dei giorni, degli amori, dei bisogni di ognuno di noi. Questi individui oscillanti diventano i batacchi mancanti alle campane, certo; ma l’assonanza con queste è più sottile e profonda: appesi al lo della vita, ciascuno degli oscillatori si fa battente delle cose del mondo, come se giorni, amori, bisogni, tutto insomma, fosse campana vuota che attende di essere suonata.
Questa di Francesco è una metafora bellissima. È il gioco leggero dell’aderenza alle cose, alla vita.
Abbiamo giocato a fare i batacchi, come normalmente facciamo ogni giorno, in altro modo. Nel quotidiano ci basta guardare una cosa, o toccarla, o pensarla, che essa prende vita e acquista un suono prima d’allora mai ascoltato. È il ritmo dei cicli vitali con le loro inarrestabili oscillazioni.
Nel video si alternano persone come in una staffetta struggente che colma il vuoto della parete, continuamente appaiono, per poi sparire sul lato opposto. Ad ogni uscita di scena, altri si avvicendano in questa altalena, si affacciano al gioco e lo perpetuano. Sembra sia impossibile sostituire la vita, se non con la vita stessa.

 

Gianluca Lombardo
Settembre 2011

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